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Cinema

Arancia meccanica: l'uomo tra natura e cultura in Kubrick

(16 febbraio 2005)

Le ultraviolente avventure di un giovanissimo inglese, Alexander de Large, che abita in un futuribile mondo costellato di colori sgargianti e sculture pop-art, sono solo la punta dell'iceberg che il regista americano Stanley Kubrick esplora nel suo capolavoro Arancia Meccanica (1971).

La sceneggiatura, stesa con l'autore della distopia da cui il lungometraggio è tratto, Anthony Burgess, in realtà esplora le possibilità riservate all’umanità (di cui Alexander è il simbolo), di agire seguendo il libero arbitrio e non le costrizioni culturali imposte dallo Stato Leviatano (di cui Kubrick riprende tutte le caratteristiche dettate dal filosofo inglese Thomas Hobbes)

Così tra pestaggi di clochards ubriachi, risse, stupri e rapine si arriva all’omicidio di una donna ed al conseguente arresto del giovane.


La risposta del Sistema è durissima, e prevede, oltre al carcere, una cura di condizionamento mentale che, per coincidenza, genera in Alex, avversione anche alla musica di Beethoven, di cui in precedenza era assoluto estimatore. Una volta scarcerato, Alex, ormai impotenete alla violenza, ma anche alla libera espressione dello spirito dionisiaco di vita, scopre di non essere più adatto al mondo in cui vive, di cui, per contrappasso, patisce le quotidiane violenze.

L’Arancia, simbolo della Terra, della Natura e del genere umano (il termine orang in Malaysia, dove Burgess ha vissuto a lungo, significa uomo) e l’aggettivo meccanica (in inglese clockwork, ad orologeria, ad ingranaggi), si uniscono in un ossimoro e titolo sinistro che funge da monito e colloca la pellicola al centro dell’opera di Kubrick, sottolineandone l’avversione per la tecnologia ed il controllo.



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